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domenica, 04 maggio 2008

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www.pinomasciari.org . Laura

postato da laura56 alle ore 11:15 | link | commenti
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giovedì, 24 aprile 2008

Dal blog solleviamoci




Il passamontagna di Carlo Giuliani accusa le forze dell’ordine: chi infierisce su Carlo morente e perche’?


 




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L’analisi di foto nuove di P.zza Alimonda (ma conosciute dai magistrati) fa emergere una sconvolgente verità: intorno alle ore 17.30 del 20 Luglio 2001, in presenza di ufficiali di grado elevato della polizia e dei carabinieri, qualcuno infierisce su Carlo Giuliani ferito invece di aiutarlo, senza sapere se sia vivo o morto. Una versione assurda e puerile risale la linea di comando e viene validata in Questura intorno alle 18.00: Carlo sarebbe morto a causa di un sasso. Dura un attimo, l’evidenza la spazza via. Ma quando i primi soccorritori tolgono il passamontagna scoprono una profonda ferita in fronte che viene certamente prodotta mentre la piazza è sotto il controllo delle forze dell’ordine. Inspiegabilmente il passamontagna è integro, e non dovrebbe. Un atto orribile si compie in quella piazza dopo il ferimento. E’ questo orrore che si voleva coprire con l’archiviazione? Spaccare intenzionalmente la testa ad un moribondo invece di soccorrerlo è ancora reato in questo paese?




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Alle ore 17,27 del 20 Luglio 2001 dall’interno di un defender dei carabinieri in P.zza Alimonda, al G8 di Genova, vengono esplosi due colpi di pistola. Uno di questi colpisce al volto Carlo Giuliani, che morirà nei minuti successivi. La sua breve agonia incrocia certamente altri due eventi traumatici diversi: il defender passa per due volte sopra il corpo e qualcosa di appuntito produce una profonda ferita sulla fronte. Altre ferite meno gravi sono riscontrate al volto. In nessuna di queste ferite è presente un edema significativo: scarso sanguinamento e gonfiore assente.



Nell’
autopsia queste ferite vengono descritte, ma le parole non rendono giustizia sulla loro gravità.






  • In regione frontale mediana si osserva una ferita lacero contusa di forma irregolarmente stellata inserita in un’area escoriata di circa cm. 3×2. Il fondo della ferita è sottominato con presenza di lacinie connettivali. Ai lati di detta lesione si osservano altre piccole contusioni escoriate a stampo, di forma irregolare.


  • La piramide del naso mostra due contusioni escoriate senza segni di frattura alle ossa proprie sottostanti .


  • La guancia destra evidenzia una soffusione ecchimotica, più evidente a livello zigomatico.





Servono le foto della polizia scientifica per capire davvero di che si tratta.



(ci scusiamo per la crudezza delle foto che vengono pubblicate, con il consenso della famiglia, perchè sono indispensabili per capire la dinamica dei fatti)




Come e quando si sono prodotte queste ferite sul volto di Carlo? Per mano di chi?



L’autopsia non lo dice. Apre la chiosa sulla ferita in fronte che…”prodottasi verosimilmente prima della lesione d’arma da fuoco, senza tuttavia poter escludere che sia stata determinata in un momento successivo”… conclude affermando: “Alla luce di quanto sopra esposto è possibile ritenere che la ferita lacero-contusa presente alla regione frontale del soggetto sia riferibile ad un urto contro un mezzo contundente di forma irregolare e comunque non chiaramente individuabile dalle caratteristiche morfologiche della ferita, senza peraltro escludere che possa essere stata determinata dall’urto contro la superficie stradale”.




Certamente Carlo non è mai entrato in contatto fisico diretto con i carabinieri. Non immediatamente prima dello sparo, non in precedenza. Carlo poi non cade di fronte, ma sul fianco ed è la jeep che investendolo lo mette di schiena. Un’altra cosa certa che risulta dagli atti e dalla documentazione è che Carlo indossava il passamontagna ben prima di afferrare l’estintore, e questo gli viene tolto solo dai primi soccorritori. Teniamolo presente.




Oltre a queste ferite inspiegabili l’autopsia annota anche che: “Nel lume dei bronchi maggiori si rileva sangue fluido”…. “presenza di sangue nelle vie aeree, con segni di aspirazione bronchiale”.



Carlo ha quindi respirato dopo essere stato colpito dal proiettile, e questo è talmente pacifico che nella stessa autopsia (formalmente firmata da Marcello Canale ma materialmente eseguita da Marco Salvi il giorno successivo e consegnata scritta il 5/11/2001) si ritiene che: “le lesioni cranio-encefaliche riscontrate abbiano determinato la morte del soggetto nel lasso di tempo di alcuni minuti,….”



E’ da notare che invece nei primi momenti i
periti parlarono di morte immediata, addirittura prima dell’arrotamento da parte del defender.



Uscirono dalla sala dell’autopsia sabato 21 luglio 2001 e con tono apodittico affermarono alla stampa che: “quando la camionetta dei carabinieri è passata su Giuliani, questi era già morto“. A luglio, nelle anticipazioni a voce, era morto sul colpo e a novembre, con la firma in calce, invece sono occorsi alcuni minuti.



Scripta manent.




In quegli stessi minuti che separano lo sparo dalla morte di Carlo, per tutta la durata dell’agonia, una follia nera si abbatte sulla piazza e travolge la truppa e i dirigenti di polizia. Succede qualcosa di orribile di cui fino ad ora avevamo solo tracce o testimonianze frammentarie.



Esiste infatti molto materiale video e fotografico dei momenti dell’arrotamento e dei primi soccorsi prestati dai manifestanti a Carlo, ma poco e di scarsa qualità sui minuti successivi. Ed è proprio nell’arco di tempo che va da un minuto dopo lo sparo all’arrivo dei soccorsi che avvengono i fatti gravi, di cui abbiamo visto l’esito ma non le dinamiche.



E’ verso la fine di questo lasso di tempo (tra le 17,28 e le 17,40 circa) che un vicequestore accuserà un manifestante di aver causato la morte di Carlo Giuliani con un sasso.








Video (avi, 1,38 Mb) tratto da Niente da Archiviare




In effetti, come vedremo, un misterioso sasso comparirà ad un certo punto nella scena.




Dalle finestre sovrastanti Pzza Alimonda alcuni genovesi fotografano lo svolgersi dei fatti dopo l’arrivo della polizia, successivamente le foto verranno sequestrate dagli inquirenti e acquisite agli atti, ai quali sono allegate.



Eccole in fila.



(Ogni foto pesa circa 200 kb e si aprira’ in una finestra separata)







Con la foto B11, questa preziosa sequenza fotografica presa dai balconi di piazza Alimonda si aggancia al video citato sopra. Entra in scena il Vice Questore Aggiunto Lauro e proclama: *sei stato tu con il tuo sasso*.




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Un sasso compare a lato della testa di Carlo tra la foto B1 (sasso assente) e la foto B3 (sasso presente).



Tracce di questo sasso sono visibili in moltissime foto, ma in posizione molto più distante da quella in cui lo troveremo durante i rilievi della scientifica: pochi centimetri dalla testa di Carlo, come potete vedere sotto.







Ecco alcune di queste posizioni:







Questo sasso ha camminato? E’ stato spostato da una posizione ad un’altra?



Il sasso (è uno dei reperti agli atti che corre rischio di distruzione, come conseguenza dell’archiviazione) è importante per molte ragioni. Ha una forma particolare che lo rende distinguibile, è intinto di sangue (ma si intinge in un momento successivo, visto che nelle foto precedenti di sangue non c’è traccia) ed infine, cosa più importante, è la ragione usata dal VQA Lauro in Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul G8 per giustificare la *famosa* frase: sei stato tu col tuo sasso!In ogni caso la sua comparsa vicino alla testa di Carlo diventa anche un indicatore temporale: un elemento che separa ciò che avviene prima da quello che avviene dopo, da incrociare con le deposizioni e le dichiarazioni dei testimoni oculari.



Il sasso, sia come sia, compare accanto alla testa di Carlo nei primissimi attimi dopo la riconquista della piazza. Nei momenti precedenti quando ci sono i manifestanti (per circa un minuto dopo lo sparo) è lontano, quando ci sono le forze di polizia è vicino ed è sporco di sangue.



Un altro indicatore o “picchetto” temporale è la riconquista della piazza da parte della polizia. La vediamo bene in questa foto (1 minuto e 3/4 secondi dopo lo sparo, secondo i timecode dei filmati).




 







Grazie ai filmati (e al loro timecode) e alle fotografie, siamo in grado di suddividere la scena di piazza Alimonda con questa sequenza di picchetti temporali:






  1. Lo sparo (17,27)


  2. La riconquista della piazza da parte della polizia (ore 17,2 8)


  3. La comparsa del sasso vicino alla testa e il pestaggio del fotografo Paoni (nei primissimi attimi successivi alle 17,28 e quindi con Carlo agonico, secondo l’autopsia)


  4. La scena di Lauro: *sei stato tu col tuo sasso* (prima dell’arrivo dei soccorsi)


  5. I soccorsi e i rilievi della scientifica (alle ore 17,40 circa arrivo di volontari del GSF, poi l’auto medica , quindi la scientifica e l’ambulanza che porterà via Carlo attorno alle 19.00, alle 19,10 c’e’ una ultima carica in P.zza Alimonda).





Se collochiamo ogni singola immagine, filmato o frammento di testimonianza dentro questi picchetti otterremo una griglia temporale approssimativa (mancando il timing esatto delle fasi finali), ma sufficente a gettare una luce inquietante sulle responsabilità personali di alti ufficiali di PS e CC presenti in quel settore di Genova al G8.



Quelle di Lauro, come vedremo, non furono parole fuggite di senno.




Analizziamo la sequenza B. (Cliccando sulle foto si aprirà l’originale in una finestra separata)



Questa prima foto mostra la piazza riconquistata da poco. Il sasso è assente, non c’è.



Paoni e il suo collega greco Kontos (camicia chiara) cominciano ad essere malmenati. Paoni ha le mani alzate e integre, ha appena smesso di fotografare.







Entra in scena un ufficiale superiore di P.S., che chiameremo per il momento Mister 17.



Mister 17 ha due segni particolari. Un grado elevato sulla spalla destra (
una torre e due stelle = ViceQuestore Aggiunto, l’equivalente di un tenente colonnello) ed un casco diverso da tutti gli altri del reparto: è satinato e non lucido, la visiera è orlata di nero sul lato superiore, ha sulla parte posteriore delle modanature e un segno particolare, una specie di grande numero 17 nero fatto col nastro adesivo, ma potrebbero anche essere tre lati di un quadrato. Quel tipo di casco è chiamato casco ubbot ed è in dotazione ai reparti speciali della polizia, quelli preparati e tirati a lucido espressamente per il G8, oltre che a quasi tutti gli ufficiali superiori.







Le stelle sui gradi si notano meglio nelle foto successive, ma attenzione a non farsi ingannare da quella che sembra la terza stella e che in realtà è il simbolo della PS. Almeno un altro poliziotto, ma senza evidenti gradi sulle spalline, ha quel tipo di casco in questo contesto spazio-temporale.



Troveremo Mister 17 in molte foto successive, sarà presente fino alla fine.



C’è anche un particolare fuori posto: sembra esserci tensione tra un cc e un ps.



Di una tensione tra le forze dell’ordine in Piazza Alimonda nei momenti successivi all’omicidio di Carlo ci aveva detto Bruno Abile (fotografo francese freelance) che ha assistito a tutta la scena:



(ANSA) - PARIGI, 21 LUG - ”…i carabinieri si sono avvicinati e l’hanno (a Carlo)
preso a calci. Hanno riempito di botte anche dei fotografi”….. ”due minuti dopo tutto questo, i carabinieri si picchiavano fra loro”.



(ANSA) 21-LUG-01 15:43




Bruno Abile ha sempre confermato queste affermazioni ma i magistrati non hanno mai voluto sentirlo. Le due escoriazioni al naso e l’ecchimosi allo zigomo di Carlo sono probabilmente da attribuire a questi calci. Carlo come abbiamo detto non cade col capo, ma si affloscia sul fianco, è evidente nella documentazione video-fotografica.



Lo hanno calpestato più di una volta? Lo hanno preso a calci di proposito arrivando? L’autopsia comunque ci parla di più ferite, al naso e allo zigomo.




Le foto B2, B3, B4 (queste 3 non sono necessariamente in ordine cronologico) mostrano il pestaggio di Paoni. Quello di Paoni è più di un pestaggio: è un linciaggio e una lezione di vita. Paoni è il fotografo ridotto peggio a Genova, tanto che in commissione parlamentare d’inchiesta si chiedono ripetutamente spiegazioni ai vicequestori aggiunti Lauro e Fiorillo sul trattamento che gli è stato fatto subire. Le risposte sono variate da *non ho visto nulla* (Fiorillo) a *figurarsi se toccavo un fotografo con tutti quelli che c’erano* (Lauro).



E’ interessante a questo proposito sentire come la descrive Paoni (
fonte) :



“Stavo fotografando - ha raccontato Paoni - in primo piano il corpo del ragazzo ucciso e sullo sfondo le forze dell’ordine , quando ho visto che i carabinieri si stavano riorganizzando. Immediatamente ho alzato il pass ufficiale e ho urlato “sono un giornalista”. Mi sono saltati addosso egualmente ed hanno iniziato a colpirmi in testa e su tutto il corpo. Istintivamente mi sono aggrappato ad uno dei carabinieri che mi stavano picchiando. Se fossi caduto a terra probabilmente mi avrebbero massacrato. Manganellate e calci ovunque. Si sono accaniti contro la mia mano che teneva stretta una delle due macchine fotografiche che avevo: una Nikon. Sono riusciti a strapparmela, ma non era quella delle mie ultime foto. Infatti avevo una Leica infilata sotto un braccio ed era lì che c’erano gli ultimi scatti al ragazzo morto. Non l’avevano vista. E’ servito a poco. L’ho scoperto dopo che il carabiniere al quale mi ero aggrappato, ad un certo punto mi ha tirato fuori dalla mattanza e mi ha portato sugli scalini della chiesa di piazza Alimonda. Pensavo che fosse finita. E invece no. Qualcuno si era accorto della Leica e dopo un chiarissimo ed urlato “Tira fuori quel rullino o te la facciamo vedere” mi è stata sfilata la pellicola dalla macchina. Quando mi hanno lasciato, mi sono diretto , barcollando, verso il centro della piazza dove avevo visto un’ambulanza. Devo ringraziare il collega Yannis Kontos, fotografo dell’agenzia Gamma, che mi ha soccorso”. Eligio Paoni ha poi raccontato che una volta sull’ambulanza, mentre il mezzo dei soccorritori era in sosta in attesa di un varco per poter partire verso l’ospedale, si è rifatto vivo il carabiniere al quale si era aggrappato. “Qualcuno ha aperto le porte - ha raccontato il collega - e ho riconosciuto il carabiniere. E’ entrato a volto scoperto, mi ha chiesto scusa e cosa potesse fare per me. Gli ho detto che avrei voluto riavere la macchina che mi era stata strappata nel pestaggio. Il carabiniere è uscito ed è tornato poco dopo con ciò che restava della mia Nikon: pochi rottami”.Eligio Paoni racconta di un pestaggio in due tempi. In uno dei due, che possiamo vedere nella foto B2, il fotografo viene preso per la nuca e trascinato sul corpo di Carlo Giuliani. Non è difficile immaginare la natura degli argomenti esposti e in qualche modo solennizzati dalla presenza di Carlo (agonizzante?).




Mister 17 è a pochi metri
.




Pensavo che fosse finita. E invece no.







B3: durante il pestaggio di Paoni, che continua sotto l’occhio impassibile di Mister 17, compare il sasso.
















La foto B7 è decisamente interessante. Si vede un carabiniere che mette mano all’abbigliamento di Carlo. Sotto gli occhi di un ufficiale (una stella sul casco), un carabiniere acconcia la scena prima che arrivino i soccorsi e siano fatti i rilievi della scientifica.







In B8 (in alto, a sinistra nella foto) si avvicinano alla scena del delitto i primi soccorsi spontanei e la stampa. Forse è in questo momento che viene distrutta la Nikon di Paoni.







In B9 vediamo nitidamente i primi reporter e le telecamere (tra i primi che arrivano ci sono Toni Capuozzo di Terra-Canale 5 e Renato Farina di Libero) . La nikon di Paoni è a terra, fracassata. Il filmato preso dal videoreporter di Canale 5 mostra questi momenti. (10 mega, avi-divx).







Eccoci a B11: Lauro si lancia nella sceneggiata del sasso.







Un vicequestore aggiunto (una torre e 2 stelle) parla al telefonino. I soccorritori stanno esaminando Carlo che non ha più il passamontagna.







Riassumiamo:



Il *tenente colonnello* Mister 17 arriva sulla scena quando il sasso ancora non c’è e vi rimane fino alla fine.







Durante la sua permanenza si infierisce su un moribondo e avvengono pestaggi, danneggiamenti a cose altrui, minacce gravi e infine si modifica la scena di un omicidio prima dell’arrivo della polizia giudiziaria, come si vede anche più chiaramente in quest’altra foto.










1) Osservatore con casco ubbot, forse Mister 17, oppure il secondo poliziotto che è presente con quel casco alla riconquista della piazza.



2) Un poliziotto (riconoscibile) osserva la manipolazione.



3) Un terzo poliziotto, probabilmente un ufficiale con baffi biondi (e forse occhiali) dispensa consigli o comunque indica.




Le manipolazioni avvenute sul corpo di Carlo Giuliani prima dell’arrivo della scientifica sono certamente state più di una, e hanno lasciato diverse tracce. Se ne discute ampiamente in questa scheda.







Paoni riceve un trattamento durissimo, il più duro comminato a Genova ad un fotografo, e le sue pellicole vengono distrutte con metodo e accanimento. Hanno per le forze dell’ordine un interesse non generico.



Negli stessi momenti un sasso che di trova alla sinistra di Carlo, ad una distanza considerevole, si sposta e appare dal lato opposto, a destra accanto alla sua fronte.



Ma c’è un altro elemento molto importante da valutare: il passamontagna.




I primi a togliere il passamontagna sono i soccorritori.



Ce lo dice Fiorillo in commissione parlamentare:



MAURIZIO FIORILLO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Napoli.



…Ricordo con tranquillità che indossava il passamontagna nero sfilato dai primi soccorritori...



Ce lo conferma lo stesso Lauro rispondendo a Violante:



ADRIANO LAURO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Roma.



… Potrebbe essere stata quella ragazza del GSF, perché quando è intervenuta ha tolto il cappuccio, lo ha alzato e, dopo aver cercato di fare un massaggio, ha chiesto l’ambulanza ..



Precisa Fiorillo:



MAURIZIO FIORILLO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Napoli.



… Su come fosse vestita la persona morta, posso dire soltanto come l’ho vista in terra perché da lontano ho notato solo dei movimenti. Indossava un passamontagna nero che copriva il volto; questo è stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori. Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre - a parte l’estintore - ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata.



Infine dichiara Lauro alla domanda se uscisse molto sangue dal volto di Carlo:



ADRIANO LAURO, Vicequestore aggiunto presso la questura di Roma.



Tantissimo. Io stavo a dieci metri di distanza e credevo che fosse stata una pietra; infatti, mentre andavo in quella direzione anch’io sono stato colpito da alcune pietre dietro la schiena. Quando ho visto il ragazzo per terra e ho visto un «fuggi fuggi» generale; mi sono avvicinato a quel lago di sangue che usciva e ho visto una pietra, come quella che ha visto il dottor Fiorillo, intrisa di sangue e molto vicina alla tempia; dunque ho pensato che il giovane fosse stato colpito dalla pietra. In parte ero convinto che fosse stata la pietra, in parte credevo che se loro non avessero attaccato, non sarebbe accaduto questo fatto; ecco il senso di quella frase famosa (si riferisce al *sei stato tu col tuo sasso*).




Qualcosa non quadra in queste affermazioni.




Nella foto B1 vediamo Carlo Giuliani che ha smesso di sanguinare e la pietra non è ancora apparsa vicino alla sua fronte. La pietra arriva subito dopo, durante il pestaggio di Paoni, e quindi come può averla vista Lauro nell’immediatezza se ancora non c’era? Ammettiamo pure una dilatazione soggettiva dei tempi o una deformazione del ricordo (Lauro parla a Settembre in Commissione, e deve giustificare molte cose)



Rimane comunque una domanda: chi e come può aver visto la ferita in fronte se i primi soccorritori sfilano il passamontagna dopo il teatrino di Lauro?



Quando Lauro grida *sei stato tu col tuo sasso* i soccorsi non erano ancora arrivati e lui non poteva sapere della ferita in fronte!




Una cosa è certa: Carlo ha indossato il passamontagna (che copriva la fronte) fino ai soccorsi e nessuno lo ha tolto prima. Quindi nessuno avrebbe potuto vedere la grave ferita al centro della fronte fino a quel momento, a meno che non ci fosse una vistosa lacerazione del passamontagna.



Fino all’arrivo dei soccorritori solo due tipi di persone potevano sapere della ferita: chi la produce e chi la vede produrre.




Quando si produce la ferita? Chi o cosa la produce? Perchè questo fatto non è mai stato considerato dai giudici? Nell’autopsia si discute diffusamente di questo aspetto che è assolutamente incongruo per molte ragioni, una delle quali grande come una casa: il passamontagna è integro e non presenta lacerazioni in corrispondenza della ferita. Le prove di questo si hanno esaminando le fotografie della polizia scientifica.







In queste foto la scientifica segnala diligentemente tutti i fori presenti nel passamontagna.



Troviamo dei fori per la respirazione prodotti artigianalmente, troviamo il foro prodotto in uscita da un frammento del proiettile… e stop. Nessun foro si nota o viene segnalato sulla fronte.



Recentemente la famiglia di Carlo è rientrata in possesso del passamontagna che rischiava di essere distrutto. Lo abbiamo esaminato ed è effettivamente integro dove invece avrebbe dovuto essere almeno lacerato o strappato. E’ perfettamente integro: non c’è un filo fuori posto in tutta l’area frontale.







Il tipo di ferita al centro della fronte lascia pochi dubbi sulla violenza del colpo: non è materialmente possibile che una ferita lacero-contusa di questa rilevanza si sia prodotta senza lasciare tracce sul tessuto, se il tessuto copriva la fronte.







L’assenza di lacerazioni sulla zona del passamontagna corrispondente alla fronte porta ad una unica conclusione: quando è avvenuto l’evento traumatico il passamontagna non copriva la fronte, non c’era o più probabilmente era scostato.



Ma questa assenza di lacerazioni nel tessuto permette anche di escludere qualsiasi evento accidentale intercorso tra lo sparo e l’arrivo dei soccorsi.



Qualsiasi altra possibile causa accidentale avrebbe interessato anche il tessuto, sia che si trattasse di una caduta violenta a terra (che comunque non è avvenuta), sia che si trattasse di un urto contro una parte meccanica sotto il pianale del defender (poggiapiedi, coppa dell’olio ecc.), sia infine che si trattasse di un urto contro oggetti volanti non identificati (frammenti del presunto calcinaccio, sassi volanti vari).



Dell’eventualità che la ferita fosse presente *prima* del colpo di pistola non merita neppure discutere: non si trattava di una ferita sanguinante e se prodotta prima dello sparo avrebbe dovuto inondare di sangue il volto, avere un edema, e comunque avrebbe lasciato tracce sul passamontagna.



Niente di accidentale può aver prodotto quella ferita.



Servono almeno 2 mani per fare un’operazione di scostamento e contemporaneamente produrre la ferita, e gli eventi accidentali hanno una mano sola.




Quella ferita viene prodotta tra la riconquista della piazza e l’arrivo dei soccorsi. Nel periodo cioè in cui la piazza è sotto il pieno controllo delle forze dell’ordine.



Il minuto che precede la riconquista della piazza ha infatti un’ampia documentazione fotografica e testimoniale: i manifestanti cercano di soccorrere Carlo, ma nessuno gli toglie o scosta il passamontagna. L’unico che tocca il capo, con una mano sola, è un manifestante inglese che cerca di tamponare il sangue che esce dal volto e poi sente il polso, altri accennano a trascinare Carlo per le gambe, ma desistono per la carica dei poliziotti.







I fatti crudi messi in fila sono questi: quella ferita profonda è stata prodotta intenzionalmente scostando il passamontagna e con certezza nel lasso di tempo che intercorre tra la riconquista della piazza da parte della polizia e l’arrivo dei soccorsi, in concomitanza con il pestaggio di Paoni, con la presenza in Piazza Alimonda di 2 o 3 VQA della Polizia di Stato e, come vedremo tra poco, di un Tenente Colonnello dei Carabinieri e di altri ufficiali inferiori che assistono impassibili a tutto, anche all’aggiustamento della scena di un omicidio prima dell’arrivo degli inquirenti.




Torniamo un momento a Paoni.



Nella foto B1 lo vediamo a mani alzate. Di li a poco inizierà il pestaggio.



Nella sequenza della riconquista della piazza lo vediamo
mentre scatta foto sopra il corpo di Carlo.



In concomitanza con la B1 viene scattata, da altra angolazione questa foto:







Vediamo Paoni mentre chiede soccorso rivolto verso P.zza Tommaseo. E’ rivolto all’indietro rispetto a Carlo e urla, facendo un gesto non equivoco con la mano: <<venite!>>. Un cc salta letteralmente il corpo di Carlo per aggredire il fotografo. A chi urla Paoni , visto che l’ambulanza non è ancora stata chiamata e lì non c’è? In Pzza Tommaseo c’è polizia, digos e anche altri carabinieri. Forse si intravede qualche pompiere o protezione civile, qualche tuta arancione. Forse urla al collega greco. Sono i primi momenti concitati e ancora la pietra non è arrivata vicino alla fronte di Carlo.



Non servirà. Chi doveva venire non viene, o non serve, e il pestaggio sarà solenne.



Non esiste, che si sappia, una foto in cui sia riconoscibile il carabinere che lo trascina sopra il corpo di Carlo e successivamente lo raggiunge nell’ambulanza per *scusarsi* e restituire i rottami della nikon. Ma è certo che tanta libertà d’azione non sarebbe stata concessa all’iniziativa di un militare di leva. Come minimo si tratta di un sottufficiale che tra l’altro indossa un corpetto particolare con due righe di anelli sul dorso, e che hanno molti ma non tutti.



Tuttavia questa foto è importante per un’altra ragione: si vede anche la parte posteriore del casco di un ufficiale dei cc.



2 stelloni, cioè Tenente Colonnello. Il Ten. Colonnello Truglio, l’ufficiale dei cc più alto in grado nelle strade durante il G8. Che sia Truglio è certo, dato che è l’unico che ha due stelloni sul casco in tutta Genova ed era presente solo un minuto prima.



Il VQA Lauro dice alla Commissione parlamentare che Truglio era venuto a rinfrancare la truppa durante una pausa e se ne era andato, e che è stata una sorpresa ritrovarselo in coda al plotone durante la ritirata precipitosa da cui nascono i fatti.



Truglio è presente anche al pestaggio e nei momenti in cui compare il sasso, e vede. Ora lo sappiamo con certezza.




Anche altri ufficiali dei carabinieri paracadutisti faranno capolino nei minuti successivi.


















La foto rettangolare è tratta dalla biografia dell’allora colonnello



(ora generale) Leonardo Leso, comandante del nucleo logistico-addestrativo



e quindi dei CCIR. Al di la della somiglianza, documenta la divisa degli



ufficiali dei parà che hanno il basco di quel colore.



http://www.nato.int/kfor/kfor/bios/cv/bio_leso.htm









Chi e’ Mister 17?



Vice Questori Aggiunti di PS al G8 ce n’erano naturalmente molti. Il colonnello Tesser presenta alla commissione parlamentare d’inchiesta la lista dei funzionari di Polizia che sono transitati per Pzza Alimonda nel pomeriggio del 20 luglio: 7 ufficiali di vario rango.




dott. Angelo Gaggiano, primo dirigente, grado una torre e 3 stelle, sigla radio G 3



dott. Mondelli, primo dirigente, grado una torre e 3 stelle, sigla radio G 11



dott. Sposi, commissario capo, grado una torre e 1 stella, sigla radio G 167



dott. Fiorillo, vice questore aggiunto, grado una torre e 2 stelle, sigla radio G 84



dott. Fabozzi, vice questore aggiunto, grado una torre e 2 stelle, sigla radio G 110



dott. Carrozzo, commissario capo, grado una torre e 1 stella, sigla radio G 170



dott. Lauro, vice questore aggiunto, grado una torre e 2 stelle, sigla radio G 103Tre VQA transitati, a detta di Tesser. Di Lauro (col casco normale) sappiamo. Quindi Mister 17 potrebbe essere Fiorillo (che dichiara di aver avuto un casco Ubbot, ovvero proprio il tipo di casco di Mister 17), Fabozzi, oppure anche qualcun altro.



Ci sono filmati che mostrano un VQA con quel segno particolare sul retro del casco Ubbot in P.zza delle Americhe poco prima delle 15.00 (e coincide con la relazione di servizio di Fiorillo, che era li in quel momento assieme a Gaggiano che vedete nella foto con la fascia tricolore) . Questo VQA ha un segno distintivo: la spallina destra coi gradi è assente, mentre è presente la sinistra.




 







Fabozzi nella relazione di servizio riferirà di essere arrivato in Piazza Alimonda quando erano già presenti i soccorsi medici. Quindi a passamontagna sollevato.



E’ da notare che nelle foto B1 e successive quello che finora abbiamo chiamato Mister 17 ha la spallina destra coi gradi ben visibili. Quindi potrebbero esserci almeno due VQA in divisa e con casco ubbot in P.zza Alimonda .



In uno dei girati del video Solo Limoni si vede Mister 17 (o uno dei due) senza la spallina destra. Forse sono presenti due VQA in divisa in P.zza Alimonda, ed entrambi hanno quel segno sulla parte posteriore del casco ubbot. Oppure ad un certo momento le spalline con i gradi spariscono.


















Frame tratti dai girati di Solo Limoni



Versione .mpg da 1,9 Mb









2 o 3 Vice Questori Aggiunti della Polizia di Stato e l’ufficiale dei carabinieri più alto in grado nelle strade di Genova al G8 (Truglio) assistono ai calci di cui ci parla Bruno Abile (e conferma l’autopsia), e agli eventi che produrranno la grave ferita lacero-contusa sulla fronte di Carlo, senza intervenire e senza relazionarne per iscritto.




Quando Lauro urla sei stato tu col tuo sasso non è uscito di senno. Ha un problema grave da risolvere, da giustificare, e non è solo la morte di un manifestante, che anzi dal suo punto di vista (e da quello dei giudici) è persino legittima.



Lui non vuole coprire il colpo di pistola allo zigomo con il sasso. Lui deve giustificare la ferita in fronte con il sasso. Una ferita di cui non avrebbe dovuto sapere, visto che non erano ancora arrivati i soccorsi e un passamontagna integro la ricopriva.



Quello che accade dopo è molto più grave ed inaccettabile dello sparo in faccia ad un ragazzo. E’ incredibile al punto da generare anche una scusa incredibile, ma impellente.



Sparare e uccidere è accettabile dal punto di vista di Lauro, quello che succede dopo non lo è più, deve essere accollato a qualcuno, e capita al primo manifestante che ha la forza di rompere quel silenzio irreale con un grido: ASSASSINO!







 




Sia come sia Lauro non è il solo a parlare di sasso. Nella sua relazione di servizio e in commissione parlamentare ribadisce chiaramente il concetto di NON aver comunicato con la centrale operativa via radio e di essersi relazionato solo con un suo parigrado col telefonino.



La versione del sasso risale però in qualche modo la scala gerarchica e arriva in questura per essere rapidamente spesa come prima giustificazione verso le ore 18.00.



A quell’ora un giornalista di radio popolare arriva in questura dopo che si è sparsa la notizia di un manifestante morto ed assiste ad una conferenza stampa abbastanza informale, in cui l’addetto spiega (in inglese) ai giornalisti esteri che un manifestante è deceduto colpito da una pietra. Terminata la comunicazione in english la conferenza stampa si chiude senza interlocuzione in italiano coi giornalisti italiani. Alcuni dei corrispondenti a questo punto abbozzano una protesta e telefonano a Sgalla (nocchiero mediatico della polizia dell’intero G8), il quale conferma e aggiunge che si stanno facendo accertamenti.



Chi ha fornito la versione dei fatti alla questura?



In Piazza Alimonda un ufficiale di polizia ha validato una versione in cui un sasso giocava un ruolo, se viene spesa in una qualche forma in questura.



Dura pochissimo, poco dopo le 18.00 i lanci di agenzia già parlano della pistola e i giornalisti strappano il foglietto con i primi appunti e li riscrivono, ma la versione del sasso lascia una traccia, un percorso ufficiale. Qualcuno titolato a spendere versioni parla di un sasso. Le notizie di Lauro arrivano in questura di rimbalzo, tramite un collega, e un relata refero non puo essere sufficente per partorire una versione, per quanto settimina, per la stampa estera. Altri ufficiali devono aver confermato.




In quei momenti la scientifica sta facendo i primi rilievi, la ferita in fronte si è palesata pubblicamente ai soccorritori, che ne parlano ai cronisti ansa, e nessuno può giurare su quanto questa abbia contribuito ad accorciare l’agonia di Carlo Giuliani. Su quanto, in definitiva, abbia concorso alla sua morte.




In regione frontale mediana si osserva una ferita lacero contusa di forma irregolarmente stellata inserita in un’area escoriata di circa cm. 3×2. Il fondo della ferita è sottominato con presenza di lacinie connettivali. Ai lati di detta lesione si osservano altre piccole contusioni escoriate a stampo, di forma irregolare recita l’autopsia.




Tecnicamente la cosa più verosimile è che negli attimi immediatamente successivi alla riconquista della piazza da parte delle forze dell’ordine, poco più di un minuto dopo lo sparo, qualcuno afferri la testa di Carlo nell’unico punto non inzuppato di sangue, la sommità del passamontagna. Nel farlo afferri la stoffa, che in questo modo si ritrae scoprendo una porzione di qualche centimetro di fronte, e infine sferri un paio di colpi più leggeri di assestamento prima di affondare quello che produrrà la ferita grave.



Non sappiamo chi è stato. Sappiamo però come si chiamano i suoi superiori (che hanno visto) e anche chi gli paga lo stipendio: lo stato italiano.




SEGUE PARTE SECONDA >>>




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fonte:http://www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa/modules.php?name=News&file=article&sid=110




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giovedì, 24 aprile 2008

CHE FARE ?

 

UN TENTATIVO PROGETTUALE

Proposta organica

 

Anche a costo di dare noia, sento la necessita’ e l’obbligo di esplicitare le forme in cui ritengo che possa essere concretizzato quel passaggio finale del mio precedente documento in cui avevo scritto:

 

Assumendo lucidamente i criteri ed i metodi “militari” che rendono un unicum inscindibile la strategia e la tattica, l’organica e la logistica, l’addestramento e l’esercizio.

 

E questo perche’ mi sembra davvero incredibile il clima da “resa dei conti” che siamo costretti a respirare nell’ambito dei “nostri” partiti di sinistra. Le “rese dei conti”, in gergo militare, con la caccia alle responsabilita’ personali di questo o quello, si fanno solo quando una guerra e’ perduta irrimediabilmente, ed i capi hanno bisogno ciascuno di salvare se stesso ed entrare nelle buone grazie dell’avversario vincente. Una semplice sconfitta, per quanto possa apparire rovinosa, dovrebbe essere piuttosto un imperativo per “serrare i ranghi” e cercare nuove e diverse soluzioni alla continuita’ del “conflitto” in cui ci si senta ancora direttamente coinvolti e consegnati. Bisogna dare risposte chiare ed in equivoche sul “CHE FARE?” che ci sta davanti.

 

Credo necessario allora tornare ad una “militanza attiva”, quella che da’ dignita’ a quella cultura che mi porto dietro (una cultura politica ancor prima ed ancor piu’ che “guerriera”) da “militare (e dunque da militante)” (cioe’ dello spendersi senza limite e “gratuitamente”, per un ideale condiviso) e che si differenzia assolutamente dalla cultura mercenaria del “soldato” (da “al soldo - assoldato”, che dice invece di un diretto e personale interesse e tornaconto nell’agire politico e sociale, come “contraccambio, cioe’ come soldo” del proprio impegno).

 

Senza cercare ulteriori argomentazioni per giustificare questa mia cultura e “logica militare” con cui articolo la mia proposta - sebbene sia consapevole che questo taglio a molti potrebbe dar noia – cerco allora di rappresentare una pianificazione possibile delle necessarie modalita’ dell’agire, e di esplicitare i passaggi possibili e le prospettive di lavoro organizzativo di un progetto politico operativo e strategico-tattico a partire dalle reali condizioni attuali in cui si trova relegata la sinistra antagonista, e cioe’ dalla sua estraniazione dalla rappresentanza parlamentare.

 

COME SI ORGANIZZA UNA SEQUENZA OPERATIVA STRATEGICA

 

Un qualsiasi progetto strategico, per essere realizzabile, ha bisogno a mio avviso di saper riempire tutti i passaggi ed i livelli operativi che sono necessari a renderlo praticabile, verificabile, e costantemente soggetto ai necessari aggiustamenti. Provo a delineare “militarmente” la sequenza ineludibile:

 

1.                 La individuazione dell’obiettivo finale e’ la scelta prioritaria da fissare per impostare la politica di una qualsiasi intrapresa e del conseguente progetto operativo (quello che si definisce Strategia, e che, per intenderci, ordinariamente si chiama, sul versante del capitale, “lo studio di marketing e la pubblicistica”, per l’insediamento territoriale di una azienda e che per la sinistra dovrebbe essere invece la organizzazione per la conquista dell’immaginario e del sentire soggettivo e collettivo della Societa’ Civile). Tale obiettivo non e’ individuabile al di fuori della “volonta’ politica che guida ed informa gli apparati esecutivi”.

 

Nessun apparato militare o di sicurezza infatti potra’ svolgere i propri progetti e la propria operativita’ distaccandosi dalle volonta’ governative e/o parlamentari che lo guidano. Se la volonta’ e’, ad esempio, la ricerca di un dominio egemone sugli altri sara’ necessario pensare a politiche di “riarmo” e prefigurare costantemente gli scenari di impiego della forza per tutelare ovunque “i propri interessi nazionali” (come fa ormai con impudenza e presunzione di “vocazione poliziesca” sulle sorti del mondo e della storia il sistema statunitense).

 

Se la volonta’ politica e’ invece quella di garantire la propria difesa ma non proiettarsi mai in progetti aggressivi, gli apparati non dovranno far altro che garantire la condivisione popolare di un diritto alla propria sovranita’, e quindi garantire una capacita’ di difesa correlata ad effettive minacce, e solo contro attacchi al proprio territorio e non contro presunte minacce ad interessi mai perfettamente decodificati.

 

Siamo dunque chiamati a decidere se l’obiettivo della nostra volonta’ politica e’, ad esempio, il rientro nella rappresentanza istituzionale attraverso un consenso ri-conquistato con attivita’ necessariamente “extraparlamentari” (e tuttavia capaci di rapportarsi con le Istituzioni e di coinvolgerle), ovvero se ci basta dire che si puo’ lavorare politicamente anche al di fuori delle Istituzioni, anche senza un vero ed articolato progetto che non l’annuncio di “improbabili rivoluzioni”.

 

2.                 La definizione conseguente delle “battaglie piu’ immediate” che si ritenga necessario ingaggiare (e senza l’ansia che ciascuna di esse possa o debba essere considerata come l’ultima spiaggia) per orientarci verso quell’obiettivo strategico indicato; seguita dalla individuazione delle modalita’ per avviarle e per condurle (cio’ che si definisce Tattica, e cioe’ quello che il capitale organizza come campagne di immagine, di promozione e di vendita e che per la sinistra potrebbe essere la individuazione dei grandi e piccoli temi da affrontare organicamente a livello locale e nazionale – si pensi alle emergenze della privatizzazione delle acque, alla raccolta dei rifiuti, e via via tutti gli altri temi come immigrazione, sicurezza, lavoro, welfare, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta).

 

3.                 La individuazione dei mezzi necessari per intraprendere queste prime battaglie (Logistica), e degli strumenti per realizzarle (Armamento, quello, per intenderci che i dirigenti di F.I. facevano con le valigette dei “promoters”, come fa una qualsiasi azienda. La sinistra non ha alcun prodotto da vendere, ma per quello che abbiamo ricordato nelle parole di Lenin e’ in grado di proporre “valori spirituali e morali” che diventeranno una vera forza materiale solo se riusciremo a far si’ che le masse se ne approprino e non se li privatizzeremo narcisisticamente. Dunque e’ necessario sapere e scegliere qual’e’ l’armamento che intendiamo offrire – e come reperire le risorse necessario a disporne - ai militanti per portare avanti la comune battaglia).

 

4.                 La individuazione degli uomini necessari a condurre ogni singola battaglia (organica), dai “dirigenti” - che vanno designati come tali -, alle famose “truppe cammellate”. Con la differenza che a sinistra dovremmo avere “truppe d’elite” e non solo “carne da cannone” e che i “dirigenti” dovrebbero avvertire come consumata sulla propria pelle la sorte di ciascun uomo di truppa, mentre il capitale (come le gerarchie militari piene spesso solo di se stesse, come ci ha insegnato la storia) pretende di mobilitare ed entusiasmare le sue risorse umane ma con la clausola che l’eventuale fallimento e la esclusione dal contesto della “vittoria” sara’ solo un effetto della personale responsabilita’ di ciascuno e dunque l’eventuale militante perdente debba vivere l’esclusione come una “giusta punizione del proprio insufficiente impegno” piuttosto che come errore di pianificazione ed operativita’ della dirigenza. E’ solo per questo che essi necessitano di una “obbedienza pronta, cieca ed assoluta”, perche’ il militante non pensi, non si interroghi, non abbia possibilita’ di intervenire nelle decisioni, non abbia capacita’ di opzione e di scelta dissidente, e paghi alla fine il conto che gli verra’ presentato.

 

E’ per questo meccanismo perverso (per aver cioe’ elevato il principio fondante dell’8 Settembre 1943 – la pretesa di irresponsabilita’ dei vertici politico militari per qualsiasi disfatta, unita alla pavidita’ - a rango di dogma di sistema) che oggi i dirigenti industriali pretendono ed ottengono retribuzioni e liquidazioni da capogiro anche quando i loro progetti industriali si rivelano fallimentari, e scaricano comunque sui dipendenti il peso dell’impegno produttivo o la conseguente punizione per il fallimento dell’impresa, senza mai averli realmente coinvolti, se non come “carne da cannone” nel progetto strategico dell’impresa. Chi l’ha detto che la politica non e’ legittimata ad entrare nel merito delle retribuzioni dei dirigenti, non meno che a denunciare la insufficienza delle retribuzioni dei dipendenti? Chi l’ha detto che trattandosi di “capitale privato” di esso gli imprenditori possano disporre liberamente pur inducendo differenze insopportabili di condizione sociale, economica e di risorse di umanita’?

 

5.                 Questo ci dice che non basta un buon pensiero e neppure una buona organizzazione per conseguire i risultati sperati ma che bisogna offrire ai propri uomini e dirigenti forme costanti di “addestramento, motivazione ed esercitazione”, per verificare le proprie capacita’ e mettere a frutto il proprio “armamento”.

 

Dovremo avere la pazienza e l’umilta’ di saper prevedere questi momenti di confronto e di verifica, come momenti vincolanti della evoluzione del progetto strategico, e senza piu’ lasciare che ciascuno viaggi ed operi secondo il puro istinto personale.

 

Da quanto tempo ai nostri giovani non viene data piu’ alcuna forma di conoscenza dei fondamentali dell’agire politico e vengono mandati allo sbaraglio (ai cancelli delle fabbriche o ad incontrare casalinghe ai mercati) carichi solo di ideologia, senza mai chiedere loro che anzitutto “studino e relazionino” le realta’ sociali, le loro attese ed i loro bisogni, nelle quali e con le quali dovranno operare in seguito?

 

6.                 Potremo di nuovo sperare che, come accadeva a noi nelle scuole di partito, si venga inviati, a gruppi non omogenei – per sviluppare una diversa e maggiore sensibilita’ e capacita’ di decifrazione successiva – non ad arrigare le masse; ma prima a conoscere ed a rilevare dati (ricognizione preventiva ed acquisizione di informazioni, quello che “militarmente” si dice la azione di “Intelligence e Spionaggio”) sul terreno e sulle realta’ sociali con cui bisognera’ confrontarsi operativamente, e solo poi elaborare e predisporre (pianificazione della azione), insieme e con l’apporto necessario dei dirigenti “riconosciuti”, un progetto operativo chiaro e condiviso (dunque costantemente verificabile), sulla base della analisi conseguente dei dati raccolti con la ricognizione effettuata e delle informazioni cosi’ acquisite?

 

7.                 La conoscenza costante, reale ed aggiornata delle intenzioni e delle modalita’ operative dell’avversario (Intelligence e Controspionaggio) che abbiamo consapevolezza di voler e dover contrastare, perche’ esse determinano la realta’ concreta del terreno di confronto.

 

Continuare a credere che “l’avversario sia disinteressato a noi”, e che dunque non ci studi ed analizzi costantemente, al fine di individuare i nostri punti deboli, infiltrarci ed “operare oltre le linee” con lo scopo finale di destrutturarci e’ la piu’ grossa ingenuita’ in cui potremmo cadere.

 

State certi che uomini ed apparati sono gia’ al lavoro per elebaorare le modalita’ migliori per infiltrare i movimenti ed indurli all’uso di violenza civile, con l’obiettivo di demonizzare definitivamente ogni riferimento alla cultura di sinistra di cui siamo e dovremmo essere i portatori: una cultura egualitaria sul piano dei Diritti Fondamentali e solidale sul piano della concreta attoivita’ politica e sociale.

 

Questi i passaggi ineludibili di un qualsiasi progetto strategico che sia anche operativo. Cerchiamo ora di vedere alcune applicazioni pratiche di queste modalita’.

 

Perche’ mai una sinistra che sia politicamente determinata dovrebbe continuare a fare a meno di “pianificazione, briefing (preparazione) e debriefing (verifica di ogni singola operazione)” nel suo concreto operare? Perche’ si dovrebbe insistere sullo spontaneismo che puo’ solo aggrapparsi alla intransigenza ideologica ed al fondametalismo incapace di autocritica? Ed allora perche’ non tornare, con modalita’ certamente nuove e diverse da quelle gia’ sperimentate, alla “scuola” (di cui parla ripetutamente ad esempio la Lidia Menapace) ed alla “formazione quadri”? Ci sono esperienze su tutto il territorio nazionale a dirci che e’ possibile farlo, e che senza un metodo (questo o un altro poco importa purche’ ci siano proposte chiare di metodo e di contenuti, e non solo di lotte intestine fatte di personalismi estranei ad una qualsiasi verificabilita’ e dunque destinati a cullare il “mito delle personalita’”) ben difficilmente potremmo realizzare un progetto stretagico (quale esso sia).

 

Ogni “esercito che si rispetti”, e che voglia avere una qualche chance di successo, ha comunque bisogno, prima di tutto questo, di una precisa idealita’ e volonta’ politica cui poter continuamente riferire, perche’ fuori di essa non e’ possibile elaborare alcuna strategia e disegnare alcuna tattica ne’ gli altri necessari passaggi delle battaglie necessarie.

 

Qui nasce il problema dei riferimenti valoriali: possono davvero esserlo ancora la colorazione e sfumatura di tonalita’ di ciascuno o un simbolo come falce e martello? Oppure essi, quali che siano e vengano adottati, dovrebbero solo essere capaci di esprimere la sintesi dei valori per cui si gioca? Non era forse nato proprio cosi’, come sintesi di un pensiero solidale ed egualitario, quel simbolo della falce e del martello?

 

E non potrebbe diventarlo allora, questo necessario riferimento valoriale da esprimere con nuovi o vecchi simboli, proprio la nostra Costituzione, nata dalla Liberazione e dalla Lotta al Nazifascismo, per cui i valori della legalita’, come della sicurezza sociale, dello sviluppo, come del diritto positivo, del lavoro come dell’ambiente, della retribuzione come della sanita’ potrebbero essere declinati con le sole aggettivazioni che conferiscono loro una reale dignita’ politica: democratici e costituzionali?

 

Non credete che questo riappropriarci in assoluto (anche se non in esclusiva) di una Costituzione figlia delle lotte di tanti comunisti e non comunisti ci aiuterebbe a svelare il vero volto di quanti invece intendano declinare tutti quei valori (distorcendoli e alterandoli) solo come appendici degli interessi del mercato e come relativi dell’unico primigenio diritto “riconosciuto e legittimo”, individuato nel puro profitto e dunque nella attivita’ di pura speculazione finanziaria che non puo’ che macellare ogni riferimento di solidarieta’ umana e di ceto sociale?

 

Vedete se ci disabituiamo a fare riferimento ai valori primari, diviene poi possibile che si intenda mutare la Carta Costituzionale a forza di soluzioni di maggioranza, o che si attuino riforme presidenzialiste e cancellazioni della democrazia parlamentare solo parlando della inefficacia degli strumenti di gestione del potere e senza un vero dibattito, sociale ancor prima che parlamentare. Pervenendo ad esempio al “disboscamento dei partiti minori” con colpi di mano suggeriti da una sensibilita’ sociale distorta ma accuratamente ed occultamente coltivata, ma senza senza mai riferire ai valori che attraverso quegli strumenti di gestione andrebbero tutelati e garantiti, e quindi perdendo di vista i criteri possibili di verifica.

 

E se questo e’ accaduto con la affabulazione che il problema vero non fosse la democrazia e la rappresentanza ma solo la “governabilita’” e dunque un potere con la “mano libera dai condizionamenti di arbusti e cespugli”, un altro illuminante esempio di questo metodo di aggressione non dichiarata e’ il massacro dell’art. 11 della Costituzione, costruito passando attraverso un nuovo modello di Difesa che ha accuratamente evitato di confrontarsi socialmente e politicamente con l’imperativo “L’Italia ripudia la guerra come strumento di aggressione agli altri Popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”).

 

Il nuovo modello di “Difesa” (che non e’ piu’ tale, ma solo modello di “politica militare di tutela degli interessi nazionali ovunque essi siano messi in discussione” – evitando accuratamente di analizzare se tale interesse possa escludere con altrettanta legittimita’ qualsiasi valutazione della depredazione di risorse naturali di Paesi terzi al solo scopo di sostenere il nostro stile di vita ed i nostri livelli di consumo) si basa sulla “individuazione della minaccia” e considera il dibattito parlamentare un “fastidioso ostacolo alla realizzazione della volonta’ politica dei Governi ed alla collocazione internazionale del Paese”.

 

Ecco ancora perche’, in tempi non lontani, e’ stato possibile che si vincessero elezioni (in Italia come in Germania) attraverso consensi ampi e plebiscitari si’; ma che avrebbero portato subito dopo alla eliminazione della democrazia parlamentare e della diversita’ del sentire politico; ecco come e’ stato possibile trasformare la Persona dell’altro e del diverso in un essere repellente, pernicioso per la economia e la convivenza sociale al punto di negargli progressivamente ogni diritto sociale (vedi Leggi razziali) ed infine anche il diritto alla stessa e mera esistenza; ecco come e’ stato possibile che siano stati denunciati gli accordi internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra e sulla tutela delle popolazioni civili pretendendo di sottrarre le proprie truppe al rispetto dei Diritti Umani salvaguardandole da qualsiasi opposizione di responsabilita’ per crimini di guerra o contro l’umanita’. Tutto nella imposizione del servile silenzio e della progressiva delega assoluta del proprio destino e di quello dell’umanita’ ad uomini di Governo che poi pero’ quei destini pretendono che li realizzi il popolo morendo sui teatri di battaglia o da civili esposti alla violenza belluina delle armi di distruzione.

 

Ogni forma di “Legalita’” trae infatti origine dal criterio fondante della convivenza in auge in quel preciso momento storico, e si dota di strumenti idonei alla protezione del sistema che lo rappresenta (Polizie e Magistratura, non meno che gli apparati dello Stato). E la mutazione di una forma di “Legalita’” verso un’altra piu’ avanzata o piu’ retrograda in prospettiva di Civilta’ dell’Uomo, e’ sempre e comunque un processo, con elementi di base e con meccanismi e modalita’ di “reazione chimica” assolutamente intelleggibili.

 

I processi non avvengono mai a caso, ci hanno insegnato le scienze positive, e come cantava De Andre’ trasponendo musicalmente la grande poesia di Spoon River, non si tratta di eliminare dal nostro orizzonte l’Ossigeno o l’Idrogeno (ambizione di una destra miope e aggressiva, quando non devastatrice delle risorse umane ed ambientali), ma di conoscere ed utilizzare l’unica formula chimica che possa vederli insieme giacere e dormire pacificamente nell’acqua, fonte della vita, e non esplodere distruttivamente nella inevitabile conseguenza di un processo chimico errato.

 

E’ questo processo che dobbiamo saper innescare ed e’ la sfida che ci sta davanti, quali che siano le conclusioni delle “rese dei conti” in atto nelle diverse segreterie delle sinistre dopo la disfatta del 13 e 14 Aprile. La nostra Caporetto. Da cui puo’ nascere solo la resa definitiva o la riaggregazione per una ipotesi di riscatto e vittoria.

 

 

CHE FARE. COME REALIZZARE IL PROGETTO STRATEGICO. (Come dare gambe alle idee)

 

 

Ogni progetto strategico, lo abbiamo detto, ha un obiettivo ultimo fissato dalla volonta’ politica strategica (nel caso di una forza politica esso non puo’ che essere la ambizione al Governo di un Paese e in una logica democratica tale ambizione non puo’ che essere correlata all’esigenza di conquistare il consenso necessario alla rappresentanza istituzionale prima ed alla delega di governare poi). Ma per essere credibile e realizzabile tale obiettivo dovra’ necessariamente porsi un percorso per traguardi intermedi, percorso determinato dalle condizioni di partenza. Cio’ impone di saper definire lucidamente gli obiettivi scelti e conseguenti, sempre strategici ma intermedi, legati al superamento progressivo delle condizioni di partenza.

 

Nel nostro caso la condizione di partenza e’: “Siamo fuori dalla rappresentanza istituzionale, perche’ abbiamo dilapidato (e c’e’ solo da sperare che non sia stato anche “disperso”) un grande e diffuso consenso popolare”.

 

La domanda cui e’ necessario rispondere e’ allora: “Avendo la ambizione di tornare a indirizzare e guidare lo sviluppo democratico del Paese e quindi di governare, se possibile, questo Paese, pensiamo che sia necessario al piu’ presto (quantomeno dopo i prossimi cinque anni) riconquistare, pur attraverso impegni e lotte extraparlamentari, la rappresentanza istituzionale?

 

Oppure: quale soluzione ed obiettivo siamo in grado di prefigurare scegliendo piuttosto di svolgere una attivita’ esclusivamente extraparlamentare senza assumere come primario l’obiettivo della rappresentanza istituzionale?

 

 

Questa e’ la opzione fondamentale che e’ necessario esplicitare, per poter dire e volere che si cammini assieme, ciascuno portando il patrimonio della propria specificita’ culturale e identitaria.

 

Se si vuole si puo’ anche “votare” o optare per la esclusione preventiva di ogni pregiudiziale legata alla presenza ed alla rappresentanza istituzionale, ma chi voglia fare questa scelta ha l’obbligo e l’onere di spiegare i minuti passaggi in cui intenda procedere.

 

Il suo progetto strategico sara’ necessariamente ed ovviamente un altro e diverso da quello di coloro che ripongono in quella rappresentanza un passaggio ineludibile della operativita’ politica, in un’ottica democratica.

 

Qui si accenna invece a percorsi che ripongano nella ricostituzione di quella rappresentanza istituzionale il proprio primario obiettivo. Anche perche’ se conseguissimo questo obiettivo intermedio vorrebbe dire che gli altri non sono riusciti a snaturare fino in fondo, nella gente comune, la fondamentale ispirazione ed aspirazione democratica e costituzionale di questo Paese.

 

In ogni caso mai un qualsiasi progetto strategico realistico nelle sue prospettive puo’ derivare dalla preventiva individuazione di specifiche responsabilita’ e colpe per le rovinose condizioni fallimentari, e date, di partenza, perche’ cio’ falserebbe la capacita’ di intercettare i nuovi percorsi necessari e condizionerebbe ad improbabili rivalse contro quei responsabili la valutazione della fattibilita’ e della potenziale efficacia dei nuovi percorsi da intraprendere e degli strumenti scelti per percorrerli.

 

A chi debba ricostruire puo’ e deve importare infatti ben poco il sapere chi abbia contribuito e come a distruggere. La condizione esistente deve essere acquisita come “il dato di fatto”. Questa analisi di responsabilita’ personali e di meccanismi inidonei andra’ impostata in altri momenti perche’ possa eventualmente offrire condizioni e strumenti di verifica sui nuovi processi avviati per la ricostruzione, e di valutazione sulla genuinita’ e competenza degli uomini che si saranno messi in gioco come “dirigenti” o come truppe da “combattimento”.

 

Se e’ su questo fronte che sceglieremo di accettare la sfida della storia, nostro compito sara’ quello di costruire tra la gente e nella Societa’ Civile vere e proprie scuole di politica, dove i problemi siano affrontati e studiati con metodo e non con supponenza di possedere chiavi e soluzioni, che la storia ci ha dimostrato non sono attualmente nelle nostre capacita’ effettive, e che comunque dobbiamo tutti sentire che risiedono nella “sovranita’ popolare”.

 

Individuati i temi (dai “grandi” – la sovranita’ nazionale e le alleanze o la globalizzazione, la immigrazione o la sicurezza sociale, il lavoro e le sue garanzie - ai “piccoli e locali” – che sono sempre e comunque una esplicitazione dei “grandi”, come potrebbe esserlo la nascita di un centro commerciale, la privatizzazione di un servizio, la apertura di un MacDonald), e individuati i responsabili d’area, per competenza e per fiducia della base, diverra’ necessario subito dopo progettare modi e forme di intervento e di dibattito sui piu’ vari argomenti, e che siano realizzati da soggetti e con modalita’ che sappiano conoscere e valutare anche le ragioni dell’altro, per confutarle semmai su base razionale e documentale, sapendo offrire prospettive di “costo guadagno” che illuminino sulle ragioni ultime delle diversita’ tra culture sociali e culture di mercato.

 

Penso a quale inutile spreco di risorse abbiamo compiuto ad esempio non sapendo promuovere ed utilizzare competenze innegabili, come quella di Manlio Dinucci e dei suoi gruppi di ricerca in campo di rapporti internazionali, progettualita’ militari e filosofie di armamenti con la sua spaventosa capacita’ di denunciare tempestivamente i criteri di egemonia e di dominio internazionale che si andavano costruendo e che si contrappongono a qualsiasi minimale criterio di Democrazia sostanziale e di Diritto Positivo ed Internazionale.

 

Puo sembrare un percorso impervio; ma io non credo sia difficile. E sta gia’ avvenendo, con quell’ammirabile (ed inascoltato se non mal sopportato, in alcune realta’ territoriali, dagli esponenti di governo locale, anche di sinistra) movimento di Cittadini (mobilitati ed illuminati da una sinistra fatta di uomini e di donne concreti e consapevoli) contrari alla privatizzazione delle acque, che ha saputo dar vita ed organizzare il confronto tra cittadini, senza pregiudiziali esclusioni di nessuno dal necessario dibattito, pervenendo ad una straordinaria coscientizzazione sul problema della pubblicita’ della risorsa acqua.

 

E’ avvenuto lo stesso in tante realta’ locali coinvolte sulla raccolta differenziata dei rifiuti. E sempre ci si e’ dovuti confrontare con le affabulazioni in cui erano stati indotti cittadini ordinari dalla tempesta mediatica della destra affabulatoria, e ci si e’ dovuti mettere alla prova perche’ ad ogni nostro NO potessimo offrire anche un SI’ credibile, percorribile e fattibile. Dunque e’ possibile innescare simili processi di coinvolgimento e di consapevolezza (quello che Paulo Freire definiva “coscientizzazione”) per qualsiasi altro problema, emergenza, situazione.

 

Periodicamente dovremmo essere in grado di creare momenti nazionali di verifica del lavoro e di proposta svolti, a livello territoriale e nazionale; momenti aperti di dibattito e conoscenza, in cui se i Cittadini ordinari dovranno essere gli interlocutori ed i destinatari privilegiati non potremo sottrarci al compito di sfidare e misurarci pubblicamente con gli rappresentanti istituzionali e di Governo.

 

Ma per fare tutto questo occorreranno anche risorse non indifferenti. Se quelle umane sta a ciascuno di noi misurarsi con la propria generosita’ per poterle quantificare, non vi e’ dubbio che su quelle finanziarie siano necessari anche percorsi diversi ed inesplorati.

 

La proposta potrebbe essere quella di “un vero e proprio governo ombra” della sinistra (per usare termini oggi utilizzati con una certa approssimazione e con prospettive preoccupanti di “nuovi inciuci”) in cui quei “dirigenti” che avessimo individuato e che abbiano conoscenze e contatti, sappiano coinvolgere anche le forze (o gli esponenti) politiche parlamentari che siano sensibili ai temi proposti e che possano offrire contributi di finanza e di percorribilita’ (anche in iter di finanziamenti della Comunita’ Europea, perche’ no) a quei progetti che dovessimo presentare per la animazione del dibattito civile sui diversi argomenti.

 

Bisognera’ essere capaci di evidenziare a costoro anche il loro diretto interesse a coinvolgersi su simili temi, perche’ non e’ scontato che chi e’ riuscito a fare a meno (e “liberarsi” dice qualcuno) della sinistra parlamentare possa essere facilmente indotto ad agevolarne il rientro istituzionale attraverso processi di partecipazione democratica. Ma dovra’ essere la qualita’ del nostro argomentare (cioe’ la nostra “potenza di fuoco”), piuttosto che la minacciosa e puerile rivendicazione a consigliare a costoro un confronto fattivo e piu’ pagante, anche per loro e per le specifiche sensibilita’ di ciascuno di loro, di un altezzosa e sprezzante indifferenza.

 

Per fare questo avremo bisogno di uomini intercambiabili sul territorio nazionale e ugualmente determinati, che sappiano mantenere come interlocutori principali le espressioni dei Cittadini Ordinari e solo conseguentemente avviino rapporti dialettici con le rappresentanze politiche.

 

Prima va costruita la scuola, come dice Lidia Menapace, e poi sui risultati di questa scuola dovremo lanciare sfide credibili di soluzioni alternative e processi antagonisti in momenti di confronto nazionale.

 

Penso che la “Rete Informatica”, troppo spesso ridotta a sfogatolo delle nostre frustrazioni o dei nostri entusiasmi, possa divenire uno strumento indispensabile di conoscenza dei reali organici presenti su specifici territori e su specifici problemi. E che gruppi di noi, “esperti” nell’uso delle tecnologie, dovrebbero essere in grado di rielaborare le forme attuali di comunicazione perche’ sia conoscibile facilmente a tutti e utilizzabile interattivamente la reale consistenza delle “truppe” e l’andamento delle “singole battaglie”.

 

Bene cari amci e compagni, e’ tutto. Forse e ‘ troppo, forse e’ errata come impostazione, ma e’ stato il tentativo di un contributo piu’ concreto rispetto alla riflessione iniziale sull’esito del voto.

 

Vorrei che la sinistra variegata e tuttavia capace di unita’ (che ho in mente ed a cuore) fosse qualcosa di piu’ che il confronto sulle contrapposizioni ideologiche e di potere di Ferrero, o piuttosto di Ferrando o Turigliatto, contro Giordano e Bertinotti, o di costoro contro Diliberto e Pegoraro Scanio.

 

Sicuramente essi tutti hanno commesso il gravissimo errore di sbagliare le modalita’ di conduzione di una battaglia politica di valori che si presentava dura e difficile, forse ancor piu’ della leale partecipazione al Governo Prodi. Ma non vorrei che ci riversassero addosso tutte le frustrazioni di questo loro e nostro fallimento senza offrire alcuna concreta prospettiva e via di uscita dall’amgolino in cui siamo stati costretti dal voto elettorale.

 

Ho cercato dunque di offrire solo qualche spunto. Perdonatemi se non saro’ stato convincente e dunque avro’ aumentato la mia pallosita’. Aiutatemi ed aiutiamoci comunque ad individuare strade e modi percorribili per sentire che la nostra idea non si ferma qui, che lo storia puo’ ancora essere costruita e che tutti noi possiamo avere un ruolo ed un compito in questa nuova costruzione. Grazie

 

Mario Ciancarella
postato da laura56 alle ore 18:18 | link | commenti
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lunedì, 21 aprile 2008

Nuovo blog


Ho creato il blog


http://strageustica.splinder.com


collegato al sito


www.strageustica.altervista.org.


Serve il blog per avviare una discussione sulla strage di Ustica, sul come di nuovo chiedere verità e giustizia per le vittime a politica, magistratura, apparati e una discussione sulla questione della sovranità limitata di questo Paese, a partire dalla lettura di chi vuole della versione on line della mia tesi. Laura

postato da laura56 alle ore 10:01 | link | commenti
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domenica, 20 aprile 2008


IL CASO RICCARDO RASMAN




Riccardo Rasman - parte I


 



Ricardo Rasman - parte II







 




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